Foto di Manuela Fabbri

domenica 29 novembre 2009

Adele Cambria --- Il giallo di Lotta Continua «made in Usa»

da "il Giornale" lunedì 23 novembre 2009

di Antonio Selvatici

Torna l’attenzione sul terrorismo degli anni Settanta: su quegli anni, «formidabili» per qualcuno, ma in realtà tragici, ancora oggi, vi sono degli aspetti non ancora chiari. O meglio, su cui probabilmente si è preferito non indagare a fondo. Riguardo Lotta Continua movimento politico vi è ancora una questione in sospeso che fino a oggi non ha avuto soddisfacente risposta. Perché il quotidiano Lotta Continuaveniva stampato da una tipografia gestita da americani? Perché il movimento estremista, comunista, movimentista ed extraparlamentare che era contro la borghesia, contro le multinazionali e contro l’America imperialista usava una tipografia «made in Usa»?
Cosa c’entrano gli americani con il foglio Lotta Continua? Cosa c’entra l’intelligence statunitense con il noto quotidiano dove professionalmente si sono formati molti brillanti giornalisti? La stessa domanda la posi ad Adriano Sofri quando andai a intervistarlo. Mi mandò a quel paese. Attendo ancora una risposta. La questione è nota a pochi. Per ricostruirla occorre andare in Camera di commercio e chiedere la stampa delle visure societarie. Quindi legare gli sterili dati camerali agli avvenimenti del periodo. L’intera vicenda si svolge a cavallo degli anni Settanta quando «i berlingueriani non avevano più nulla da offrire alla classe operaia», di conseguenza non rimaneva che volgere lo sguardo sempre più a sinistra. Oltre il Pci. Per diffondere l’ideologia estremista in contrasto con quella più moderata e «ufficiale» di Botteghe Oscure, a partire dal 1969 vennero costituiti alcuni fogli «di lotta».
Tra i tanti, alcuni ebbero fortuna, altri, chiusero dopo pochi numeri.Lotta Continua inizialmente uscì a cadenza quindicinale, poi divenne un quotidiano. I militanti appresero la notizia della trasformazione del loro foglio di riferimento in quotidiano nell’agosto del ’71 nel corso di un affollato convegno che si tenne a Bologna. Come promesso (direttore Adele Cambria) l’11 aprile ’72 uscì il numero uno di Lotta Continua quotidiano (registrazione del Tribunale di Roma 14.442 del 13 marzo ’72). Aggressivo il titolo d’apertura della prima pagina: «Così i padroni della Dc si preparano alla guerra civile contro i proletari». Una nota importante: bisogna sapere che quasi sempre la società che «produce» un quotidiano non è la stessa che fisicamente lo stampa. Una cosa è l’editore, i giornalisti che scrivono, altra lo stampatore. La redazione del quotidiano militante si trovava a Roma in via Dandolo al civico 10. Anche la stampa si faceva nello stesso edificio: incaricata era la società Art Press. Una società a responsabilità limitata con oggetto sociale «l'esercizio dell'attività tipografica ed editoriale». L'Art Press venne costituita a Roma il 1° dicembre ’71, pochi mesi dopo l’annuncio fatto durante il convegno di Bologna. A sorpresa nella compagine societaria troviamo degli americani. Amministratore della piccola stamperia risulta essere Robert Cunnigham junior, nato nello Stato dell’Ohio. Nella stessa strada vi era la Dapco che stampava Daily American, il giornale degli americani a Roma, ancora una volta, amministratore era un Cunningham. Alla fine del ’75 il quotidiano Lotta Continua si trasferì in via dei Magazzini Generali al civico 32/a (direttore Enrico Deaglio). Cambiò sede e cambiò stampatore: questa volta i fogli scorrevano tra i rulli della Tipografia «15 Giugno» con sede nella stessa via, ma all’attiguo civico 30. Tra i soci della nuova tipografia, con una quota minoritaria, vi era anche il solito Robert Cunningham junior (insieme, tra l’altro, a Marco Boato).
Non distante dalla Tipografia «15 Giugno» si trovava la società per azioni Rome Daily American che stampava in lingua inglese il quotidiano degli americani che vivevano in Italia. Per ribadire la liaison tra la via Dandolo e i legittimi interessi statunitensi, va segnalato che a partire dal dicembre 1982 allo stesso indirizzo dove si stampava Lotta Continua si insediò la società Am.P.Co. Srl, American Publishing Company, società a responsabilità limitata. E nuovamente troviamo Robert Cunnigham junior a ricoprire la carica di amministratore unico. Naturalmente avere ricoperto cariche societarie in società che stampavano il famoso quotidiano Lotta Continua non costituisce reato: ognuno è libero di spendere o investire soldi o tempo come meglio crede. Non mi meraviglia se uno o più membri della famiglia Cunningham abbiano amministrato o abbiano ricoperti altri incarichi in un’azienda che stampava il quotidiano Lotta Continua. Ciò che fa alzare il sopracciglio è la posizione della dirigenza, o di chi sapeva, in Lotta Continua. Come faceva il movimento extraparlamentare di sinistra a conciliare una politica apertamente anti-americana quando i soci della stamperia venivano da Oltreoceano?

giovedì 19 novembre 2009

Dialogo tra Adele Cambria e Antonio Gramsci


Per la lettura cliccate qui

Info documento:

Title:

“Non ci sono risposte compagno Gramsci... non ancora alle tue domande.”

Soggettività e differenza sessuale: un dialogo tra Adele Cambria e Antonio Gramsci

Journal Issue:

Carte Italiane, 2(4)

Author:

Righi, Andrea

Publication Date:

01-01-2008

Publication Info:

UC Los Angeles, Carte Italiane, Department of Italian, UCLA

mercoledì 4 novembre 2009

Teledurruti (bloc-notes) - Adele Cambria per Pier Paolo Pasolini (1975-2009)

martedì 8 settembre 2009

Adele Cambria --- "Noidonne" Settembre 97 'Rapporto sulla famiglia'
























Ecco i link che contegono lo zoom per una più facile lettura: Rapporto sulla famiglia parte prima e Rapporto sulla famiglia parte seconda

domenica 6 settembre 2009

Adele Cambria --- Per Nemesi

Tratto da Manifesta n°1 luglio 2002

Portavano corone di gelsomino intrecciate sui lunghi capelli, biondi, fulvi, bruni e clamidi di velo trasparente e fiorito sui corpi aggraziati e giovani. Nonostante il nome mitico minaccioso che si erano date, “Le Nemesiache”, nulla era più innocente della loro provocazione: rievocare, a partire dall’immagine, il tiaso dell’antica Grecia, dove sublimi maestre, come Saffo, insegnavano alle giovinette musica, poesia,amore, prima di quel matrimonio che le avrebbe relegate nei ginecei. L’animatrice, l’ispiratrice, la filosofa, di quel collettivo femminista napoletano, nato in anticipo, nello scorcio finale degli Anni Sessanta, e che aveva eletto la bellezza come canone assoluto dell’esistenza, era lei: Lina (Il suo cognome era buffo, Mangiacapre, ma Lina lo portava con disinvolta eleganza). Ora che lei non c’è più, sono le sue immagini, le immagini, le visioni, che soltanto lei era capace di suscitare- e non sarebbe inesatto osservare che Lina-Nemesi ha firmato giorno per giorno la sua vita, e non soltanto la sua, come “opera d’artista”- sono quelle immagini di bellezza, di poesia, (di incubo o tragedia a volte), ad affollarsi per prime alla mente. In un tempo che ha “abiurato” la Bellezza, Lina ostinatamente la perseguiva: nel quotidiano e, fino alla radice del quotidiano, con una coerenza ineluttabile: lei produceva il Pensiero della Bellezza, e contemporaneamente, e disperatamente, disperatamente sola, (alla fine precoce e inaccettabile dei suoi giorni), lo praticava. Perciò, io credo, Lina allarmava, diffondeva allarme anche tra le donne “emancipate”, o, meglio ancora, femministe. Sottolineo l’avverbio”meglio”: è quello che voglio usare qui, non il suo contrario, “peggio”: che pure sarebbe tanto facile gettare in mezzo a questo discorso, inabissandolo nella volgarità. Perché ovviamente il femminismo non sarà mai, non per me, almeno, fino a quando vivrò, una cosa che può essere definita con l’avverbio “peggio”. E non lo sarà anche perché ho conosciuto, ho frequentato, ho amato, ho temuto, ho fuggito, (anche, talvolta), proprio lei, Lina. E Lina “ci” allarmava. Voglio precisare: allarmava noi (e forse assai più di quanto non spaventasse gli uomini, in realtà sempre morbosamente attratti dal sua sensualità proibita). Lina allarmava le donne, anche noi femministe, con quella sua immagine seduttiva e ironicamente “doppia”- maschio, femmina, androgino - a partire dai suoi abiti tutti inventati, e che, per decenni, hanno precorso la Moda: le tuniche, i pepli trasparenti, nella sua stagione “prima”, e poi il dark, il punk, i metallari, cioè il nero cupo, definitivo, siglato dal minaccioso acciaio di inquietanti fibbie, alamari, cinture, stivali. Il popolo della notte, le creature vaganti in folla dentro quegli enormi garages attossicati da fumi, da vapori chimici verdastri violetti, e rimbombanti di suoni insostenibili, quei luoghi che chiamano discoteche (e scusate la mia ripugnanza, senza dubbio generazionale), Lina li aveva partoriti dalla sua mente profetica assai prima che le mode ce li imponessero, precipitando sopra di noi dagli States o da Liverpool, Londra etc. Tra l’altro, l’avversione, l’ostilità sua “naturale”- ed era lei stessa a definirla “naturale” - per la lingua inglese, basterebbe ad escludere ogni sospetto di una impossibile impensabile “copiatura”. Quante volte, del resto, mi faceva “cadere le braccia”, replicando, ai miei suggerimenti di formichina saggia - tipo “Non sarebbe meglio che andassi qualche tempo sui set cinematografici, come aiuto, per imparare la tecnica, prima di girare un film tutto tuo?” - con una frase definitiva, pur nella sua “divina” dolcezza (la pronuncia, il tono, il sorriso, quella voce rauca e sussurrata, tutto era dolce e tragico, in lei.): ”Vedi Adele -mi diceva- io non posso imparare nulla, tutto quello che so, tutto quello che so fare, lo sapevo già nascendo”, “Ma ti sei pur laureata in Lettere e Filosofia col massimo dei voti e la lode!”, le opponevo (le prime volte), esasperata nella mia logica pignola e, chissà, “impiegatizia”. La verità era che la normalità, la medietà, era improponibile ad una creatura come Lina. Così com’era insostenibile un rapporto medio, normale, costante, con un essere “dell’altro mondo” com’era lei: i primi anni in cui la frequentavo - lei e le altre, le “divine fanciulle” del suo tiaso (Niobe, Elena, Dafne.) - dopo otto giorni di avido apprendimento e “pascolo celeste” in quell’universo di piaceri – ondeggiare di veli su corpi efebici, musiche e danze soavi, nutrimenti perfino divini (i cannoli di ricotta, le cassate napoletane), e la vista sul mare di Posillipo, dalla sua casa-altana - fuggivo per ritrovarmi davanti a un serial televisivo. Non so se ho reso l’idea (rozzamente, volgarmente, certo.). Il fatto è che la banalità fa parte dell’umano (credo.), ma Lina, per miracolo o tragedia, non poteva, non sapeva essere banale. Le mancava il gene della banalità. Ma non basta, me ne rendo conto, pur se mi dà una grande consolazione, “citare” le immagini di cui il suo passaggio su questa terra ci ha colmato (e lasciatemi usare, per lei, le parole giuste di una religiosità che non ha nomi o gerarchie). Per me, personalmente, i regali cominciarono dalla sua psicofavola, la prima, “Cenerella”, che vidi a Napoli nel remoto 1971: e poi si incastonò, dentro la riscoperta del Mito al femminile (che Lina ha donato, mai riconosciuta, a tutto il Movimento), come un anello d’oro che ci ha legato entrambe in una sorta di “nozze intellettuali” (mille volte fui tentata di rinnegarle e qualche volta, forse, le ho rinnegate.), la sequenza del Topo, della Serpe, e della vecchia Palma quasi centenaria. Accadde in una ardente estate calabrese, nel giardino d’agrumi di mia madre, (vigile e calma presenza femminile sapiente, quella di mia madre: che Lina adorava, divertiva e mi aiutava a capire. E rabbrividisco pensando che se ne andata appena pochi mesi dopo di lei). Noi due scrivevamo, all’ombra della palma che mio nonno aveva piantato per celebrare la nascita della figlia, la sceneggiatura del film ispirato al mio romanzo, “Dopo Didone”. Il film , cui Lina volle dare il titolo di “Didone non è morta” (un titolo che in questo momento non può non sembrarci augurale.), ripropone la storia di Didone ed Enea, raccontata in versi amorosi sublimi da Virgilio, come il conflitto lacerante di una donna “di potere” (per dirla con l’orrenda e spero già scaduta terminologia degli Anni Ottanta), divisa tra la passione per un uomo e la libertà e la responsabilità femminile verso gli altri, intesi come comunità anche politica. Didone si uccide, perché non potrebbe mai seguire Enea come una moglie, lei regina e condottiera del suo popolo (“E adesso che cosa farò? Seguirò la flotta dei Troiani, starò ai loro comandi?”): e, d’altra parte, Enea, il “pio Enea”, ha tentato di salpare furtivamente come un ladro, dal porto di Cartagine, verso il suo nuovo “destino di gloria” (la fondazione di Roma), e alla giusta furia della regina -“Lo presi morto di fame, gettato sul mio lido dalla tempesta, lo misi a parte del mio regno, pazza!”- risponde (prototipo del maschio in fuga, nei secoli dei secoli.): ”Io mai ti tenni discorsi di nozze, o pensai di sposarti”. Ecco, mentre scriviamo questa scena, un gran frastuono animale agita l’immoto paesaggio affogato nella calura (le tre del pomeriggio): e balza dal fogliame (al tronco della vecchia palma si aggrappava un folto cespuglio di gelsomino) un grande topo di campagna, inseguito dal sibilo di una serpe, che si snoda nell’aria disegnando per un istante, nero-verde e lucente nel chiarore meridiano, il segno del suo corpo, una lucida S, e poi sparisce all’inseguimento della preda. Paura, risate, mia madre che smorza l’eccitazione con la sua antica conoscenza dei luoghi, e degli “abitatori” dell’agrumeto: ”Non è una serpe, è una biscia”, sorride ironica. Ma per Lina, e alla fine anche per me, resterà sempre quella visione (che molto, ci penso ora, sarebbe piaciuta allo psicoanalista junghiano James Hillman), una “figura” simbolica della Regina furente ed offesa, che insegue il vile topo di campagna atterrito, il “pio Enea” Dicevo: non bastano le immagini, le illuminazioni, i ricordi, pure vivissimi come i miei, a dire l’essenza di Lina. Servono i suoi scritti, e, tra i suoi scritti, due, fondamentali, il “Faust-Fausta”, e la “Pentesilea”. (Su questa sua seconda opera, ho ritrovato una mia lettera abbastanza chiaroveggente, purtroppo, scritta per la presentazione del libro a Napoli, nel 1998, e che Manifesta pubblica a parte). “Faust-Fausta”: dal “romanzo filosofico”(come recita il sottotitolo del libro), Lina trasse in seguito un film, proiettato - come del resto era stato anche per “Didone non è morta” - alla Sorbona di Parigi: il suo “Faust” cinematografico fu poi invitato a Villa Medici, a Roma, nell’ambito del festival dedicato all’opera maggiore, “opera titanica” è stata definita, di Wolfang Goethe. Ma è il libro di Lina che qui mi interessa. Pubblicato da una casa editrice fiorentina nel 1990, soltanto ora, forse, ad una rilettura tragicamente “in assenza di Lei”, mi sembra di poterne penetrare il senso: è in queste pagine, quasi urlerei (in un inutile urlo tardivo), che l’Autrice ci consegna la chiave della sua esistenza. Ed a me, che rimpiangevo (per il mio imperdonabile “vizio” estetizzante), la sua prima stagione di pepli, veli, danze e corone e collane di gelsomini, Lina-Nemesi-Faust-Fausta fornisce la spiegazione di quel suo passaggio al nero, al cupo, al funebre, al “lutto di Elettra”. Così: ”Faust inizia il suo cammino maledetto; perde la melodia della voce; i suoi capelli teneri e ricchi d’oro diventano opachi; davanti agli occhi una sola strada. Il cupo e il nero tingono, unico colore,interno ed esterno” Perché la protagonista del romanzo, Fausta, ha chiesto “a Satana, in cambio della sua anima, di diventare uomo, di vivere il suo maschile, senza più i limiti di questa androginia che le impedisce una vera identità e poi la libertà”. E quando fa questa scelta, quando chiede di poter diventare Faust, Fausta ha già sperimentato la delusione dell’intelligenza oppure l’effimero della passione femminile (“Come uomo non ama di più gli uomini né desidera ormai le donne che disprezza”). Ma il dissidio originario della protagonista - un dissidio corpo-anima, cielo-terra, che la segna dalla nascita - consiste nel suo rifiuto di accettare, di riconoscere l’appartenenza ad una specie biologica, quella umana (che è anche, fatalmente, inguaribilmente “animale”): e di cui ha ribrezzo. “Vestivo di bianco con i capelli biondi e diafani, suonavo il violino confondendomi con gli angeli. Gli angeli non hanno sesso e certamente, poi, non hanno un corpo di donna. Ma il destino, mia madre, mi aveva dato un corpo, due gambe e dovevo camminare sulla sporca terra e mangiare.” Il rifiuto del corpo (ma lei diceva, scriveva, anche, soprattutto della mente, di quella mente che per esistere ha bisogno del corpo.) “Fausta ricordava tutte le sue rivolte: non voleva mangiare, non voleva essere mortale, fare i bisogni, non voleva camminare” E ancora: ”Dovevo fare presto, prima di diventare donna; dovevo andarmene con il mio corpo leggero, prima del rosso, del segno del sangue.” E c’era, fatale, nella pietra di fondazione del suo essere, oscura e luminosa come un diamante nero, il rifiuto analogamente estremo di una identità sessuale definita, etichettata: ”Non sono eterosessuale, non accetto lo schema di lasciarmi penetrare, essere madre di un uomo. Desiderare di fare entrare in me un altro corpo. Non desidero che qualcuno entri nel mio corpo, io sono compiuta, io desidero uscire, volare, raggiungere il cosmo.” E ancora: ”Non sono omosessuale perché io amo dell’altra ciò che non esprime, e che è al fondo delle infinite mie immagini, il femminile come desiderio, la bellezza, la tenerezza, un amore impossibile finché la nostra lotta non avrà ripreso il volto del femminile al di là della violenza e della durezza.” La soluzione avrebbe potuto essere, per Fausta-Faust-Nemesi-Lina, l’androginia psichica (spirituale, sacrale, fisica), come arricchimento e raddoppio della vitalità, delle possibilità, delle energie? Un’androginia positiva, accettata anche socialmente, culturalmente, come valore. E’ quello che sta tentando Pedro Almodovar. Ma, lui, è stato iscritto all’anagrafe con un nome maschile. Ed ha certamente quel gene della banalità, che a Lina mancava. Perdonaci, Lina.
Adele Cambria

sabato 15 agosto 2009

Adele Cambria --- Presentazione di “Pentesilea” di Lina Mangiacapre, 21 marzo 1998, Napoli

Mi hai aggredita con la tua storia, così crudelmente intrisa del mito, delle passioni, della amore e della morte della Regina delle Amazzoni, Pentesilea. Intrisa, ma non mascherata. Parlando di lei, scrivendo di lei, hai infatti parlato e scritto di te e di noi, che ti siamo tutte, in un modo o nell’altro, “mancate”. Noi del “femminismo storico”, noi affascinate da te nel remoto 1971(era quello l’anno in cui ti ho visto a Napoli inventare-rappresentare la psicofavola di “Cinderella”?), noi che, in un modo o nell’altro, rischiavamo tutte di essere prese nel tuo sortilegio, e non parlo soltanto delle ragazze del tuo “tiaso” saffico, che tu abbellivi di nomi mitici, Dafne, Niobe, Elena e di chiome ondeggianti e pepli e collane di gelsomini profumatissimi, e soprattutto di “anima” (a molte di loro però, riconoscilo, Lina, non essere impietosa prima di tutto con te stessa, a molte l’anima che tu hai evocato da profondità fino a quel momento forse incoscienti, è rimasta, come dire, felicemente avvinta). No, non parlo di loro soltanto, parlo di me: giornalista in qualche misura già “nota”, all’epoca, donna ferita dall’emancipazione degli anni sessanta, irresistibilmente attratta dalla sfida che tu rappresentavi, e disposta a difenderla, facciamo una bella frase, “davanti al mondo intero” (quante volte mi sono sentita dire, nel movimento ma anche nella società letteraria romana, “ma come, ma perché, ma Lina, ma perché si veste in quel modo, ma tu sei una persona seria.”), eppure: anch’io volevo sottrarmi, scampare al sortilegio, soffrivo - te l’ho confessato più volte - di quella abissale “assenza di mediocrità” nella vita quotidiana che è il tuo marchio. Non sei sostenibile, Lina. Confessato questo sentimento di impotenza (insufficienza), lascio che Pentesilea-Lina-Nemesi irrompa attraverso le onde del tuo libro, consacrato alla Regina delle Amazzoni (ed a te, ed alla nostra storia di donne degli ultimi trent’anni circa), fino alle soglie della mia percezione letteraria: credo che questo, Lina, sia il tuo testo più compiuto, la tua scrittura più “legittima”, e che ti legittima, a mio avviso (ma non sono un critico) sulla scena letteraria e non soltanto italiana. Fin dal bellissimo incipit - “La pianura è disseminata di cadaveri di donne, pezzi di corazze brandelli di carne.” - che subito plana, dopo poche righe che mi ricordano il Flaubert di “Salambò” (l’abbiamo scoperto e amato insieme tanto tempo fa), verso il primo piano di te,Pentesilea-Lina-Nemesi, più che affacciata, proiettata verso il mare di Posillipo da quel sublime balcone che abiti (quando il tuo dolorante nomadismo te lo consente. Da quando è morto tuo padre, tu non viaggi più come facevi, trasognata e, devo dirlo, felice, in quella lunga interminabile stagione dell’adolescenza che la sua intelligente devozione ti assicurava, tu, da quella morte, erri). E subentra la tenera memoria infantile di quando volevi giocare con lui nel gran letto, ma lui ,troppo rispettoso dei ruoli, ti cedeva ad altri (immagino un medico), perché impietosamente manipolasse il tuo corpicino per guarirti di una malattia che, fin dai tuoi primi anni di vita, aveva un solo nome: intolleranza della “normalità” che per l’appunto uccideUccide le persone come te, voglio dire, ma la tua fortuna (per noi) e, forse, la tua condanna (per te), è che la tua rabbia non si spegne, così come la tua volontà di bellezza arde e divampa e continua, continuerà ad abbagliarci fin quando avremo occhi (purtroppo mortali). Per queste ed altre cose ancora - potrei commentare la tua “Pentesilea” riga per riga, stupende le parole di amore e poi di rabbia per Elena - noi ti diciamo grazie. Sì, anche noi che ti siamo “mancate”. Adele Cambria 14 luglio 1998

giovedì 13 agosto 2009

Adele Cambria --- Orestea, una trilogia. Pasolini tra psiche e ragione

di Adele Cambria
tratto da "Filosofia & Religione", "I quaderni di InStoria N° 2"

I miei tempi non ci si muoveva agevolmente nelle terre del Sud, e ben volentieri si
fuggiva verso il Nord, che per la mia famiglia cominciava subito dopo Napoli... Ma è con piacere che ricordo il viaggio fatto con la II D del Liceo Classico Tommaso Campanella di Reggio Calabria, in direzione Sud: destinazione, il Teatro greco di Siracusa, per vedere e ascoltare l'Orestea di Eschilo.
Quell'esperienza fu quel che, più tardi, avrei riconosciuto come un'iniziazione alla tragedia greca, nella quale ancora oggi (mezzo secolo dopo) continuo a sentire l'essenza stessa del teatro.
Perché, mi chiedo, la dimensione narrativa (oltre che poetica) della tragedia ha saputo strutturarel'inconscio duemila anni prima dell'arrivo di Freud e di Jung?
Che cosa sono gli Dei e le Dee dell'Olimpo, se non l'incarnazione psichica dei nostri vizi e delle nostre virtù?